In un angolo di mondo spesso dimenticato, le parole possono diventare un ponte tra due vite separate. Nella sala biblioteca della casa circondariale di Campobasso, le lettere scritte dai detenuti hanno trovato voce e significato attraverso il concorso Scrittodicuoregiunto alla sua nona edizione. Tra queste, una ninna nanna indirizzata a un figlio mai conosciuto ha commosso tutti i presenti, conquistando il primo posto.
La lettera di Manolodetenuto nel carcere di Rieti, è un canto d’amore e di rimpianto. Con parole semplici ma cariche di emozione, Manolo si rivolge al figlio che non ha potuto vedere crescere, chiedendo scusa e sperando in un futuro in cui potrà essere chiamato papà. La giuria tecnica, presieduta dal giornalista e scrittore molisano Giovanni Mancinoneha definito la lettera “un appiglio per non morire”, un grido di speranza che risuona tra le mura del carcere.
Le voci del carcere: storie di solitudine e redenzione
Non solo Manolo ha toccato i cuori dei presenti. Anche la lettera di Giovannidetenuto nel penitenziario di via Cavour, ha ricevuto una segnalazione speciale. Con frasi asciutte e dolorose, Giovanni racconta il peso della consapevolezza e il vuoto che sente dentro. “Il volto cambia in base a quello che hai fatto. Ancora sento un senso di vuoto inarrestabile. Vorrei farti sentire quello che sento. Sorrido per finta”, scrive, descrivendo la fatica quotidiana di convivere con se stessi.
Le lettere finaliste, sei in totale, arrivano da tutta Italia e raccontano storie di solitudine, pentimento, rabbia, redenzione e amore. Tra queste, quella di Giacomodetenuto nel carcere di Benevento, che riflette sulla colpa, sulla redenzione e sul confine tra il bene e il male. “Chi è in carcere ha tre vie davanti a sé: reinserirsi nel ‘mondo dei vivi’, continuare a delinquere e poi c’è la terza via, quella di chi non uscirà mai perché porterà il carcere con sé anche fuori”, mettendo in luce la complessità della vita dietro le sbarre.
Scrittodicuore: un laboratorio di libertà interiore
Da nove anni, Scrittodicuorepromosso dal Comune di Campobasso e dall’Unione Lettori Italiani con la direzione artistica di Brunella Santolitrasforma la scrittura in uno strumento di libertà interiore. “I detenuti sono molto emozionati perché danno voce anche a chi non può essere presente”, ha detto Santoli, anima del progetto e promotrice da oltre vent’anni del laboratorio di lettura che coinvolge una ventina di detenuti della struttura.
Il laboratorio di lettura, coordinato dalla direttrice della casa circondariale di Campobasso, Rosa La Ginestradimostra come la lettura e la scrittura possano diventare strumenti di cambiamento. “Il carcere è forse l’unico luogo dove si scrivono ancora lettere. La lettera obbliga a fermarsi, a riflettere sul valore delle parole e a dare spazio alla fantasia”, ha sottolineato La Ginestra.
“Questi progetti aiutano il percorso di recupero che è la finalità della pena”, ha ricordato il prefetto di Campobasso, Michela Lattaruloche ha consegnato a Giovanni il riconoscimento speciale. Dal 2026, il concorso è dedicato alla memoria di Pino Roveredoscrittore che conobbe il carcere e ne raccontò le ombre. Una presenza che continua ad accompagnare il premio e la sua missione.
Le parole che restituiscono un volto umano
Tra le mura del carcere, le parole hanno il potere di restituire un volto umano a storie che spesso restano invisibili. Le lettere scritte dai detenuti sono un grido di speranza, un tentativo di riconciliazione con se stessi e con il mondo esterno. “Vorrei farti sentire quello che sento”, esprimendo il desiderio di condividere le proprie emozioni con chi non può essere presente.
In un luogo abitato attualmente da 170 detenuti, le parole diventano un ponte tra due mondi, un modo per superare le barriere fisiche della detenzione e raggiungere l’intimità dei lettori. Le lettere di Manolo, Giovanni, Giacomo e degli altri finalisti sono una testimonianza del potere della scrittura, capace di trasformare il dolore in speranza e di dare voce a chi non può essere ascoltato.


