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Perquisizioni a Campobasso e Pietracatella nella vicenda della ricina

La squadra mobile di Campobasso ha condotto perquisizioni, sequestri e tre ingressi in Questura del marito delle vittime, raccogliendo una borsa, laptop e una memoria esterna.

Perquisizioni a Campobasso e Pietracatella nella vicenda della ricina

Ieri, a Pietracatella la Squadra Mobile di Campobasso ha avviato una giornata di attività operativa senza precedenti, focalizzata sull’indagine per duplice omicidio volontario di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. A nove mesi dal decesso, gli investigatori hanno messo a disposizione del caso nuovi elementi, tra cui una borsa personale della vittima, dispositivi elettronici e due computer, tutti acquisiti in occasione di perquisizioni coordinate con il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato.

Le operazioni sono iniziate al mattino nella abitazione di via Risorgimento, luogo dove le autorità ritengono siano state ingerite la ricina la tossina letale responsabile delle morti. Dopo aver perquisito l’appartamento, gli agenti hanno spostato l’intervento nello studio professionale di Gianni Di Vita, situato in via D’Amato a Campobasso, dove è stato scoperto ulteriore materiale ritenuto utile alle indagini.

Perquisizioni a Pietracatella e Campobasso

Nel primo sito, la casa di via Risorgimento, gli inquirenti hanno sequestrato una borsa appartenuta a Antonella Di Ielsi. Sebbene non sia stato ancora chiarito il contenuto, la presenza dell’oggetto testimonia l’intensità delle ricerche volte a ricostruire la vita quotidiana delle vittime. Successivamente, nello studio di via D’Amato, le forze di polizia hanno prelevato due computer portatili e una memoria esterna collegata a un computer, tutti consegnati dal marito Gianni Di Vita in momenti diversi della giornata.

Sequestro della borsa di Antonella Di Ielsi

La borsa, rimasta nell’ambiente di lavoro di Antonella dopo il suo decesso, è stata prelevata tra gli oggetti di valore probatorio. La sua analisi potrà fornire indizi su eventuali contatti, appuntamenti o documenti che possano chiarire le dinamiche precedenti al avvelenamento. Al momento, le autorità mantengono il massimo riserbo sul contenuto e sull’utilità dell’oggetto per le indagini.

Gli ingressi di Gianni Di Vita in Questura

Gianni Di Vita, commercialista e padre delle vittime, è stato visto entrare nella Questura di via Tiberio tre volte nel corso della stessa giornata. Il primo ingresso, avvenuto tramite il retro, è avvenuto subito dopo le perquisizioni: il marito ha firmato il verbale di sequestro e è rimasto negli uffici per circa un’ora. Il secondo ingresso è stato di sua spontanea volontà, portando con sé una memoria esterna da consegnare agli investigatori.

Nel pomeriggio, intorno alle 18:15, Di Vita è tornato nuovamente nella sede, questa volta tramite l’accesso principale, per consegnare due laptop. Dopo una breve permanenza di circa trenta minuti, è uscito dall’edificio con i dispositivi, probabilmente già sottoposti a copia forense dal Servizio centrale operativo. Alla pressione dei giornalisti, ha dichiarato: “Sono serenissimo e non ho nulla da dichiarare” ribadendo la sua volontà di non parlare fino a consultare il proprio legale.

Il legale di Gianni, Vittorino Facciolla, ha sottolineato che il marito non risulta inserito nel registro degli indagati del procedimento per duplice omicidio volontario nonostante le numerose attività operative. A conferma di questa posizione, la Procura di Larino non ha ancora indicato ulteriori capi d’accusa contro di lui.

Parallelamente, la Polizia di Stato prosegue con le analisi forensi sui dispositivi sequestrati il 31 luglio: dieci pen drive e un computer. Gli specialisti del Servizio centrale stanno realizzando copie digitali per preservare i dati originali e consentire l’esame di contatti, conversazioni e navigazione internet, elementi chiave per ricostruire eventuali rapporti con il vettore della ricina.

Le indagini, avviate dalla Procura di Larino dopo l’avvelenamento avvenuto il 27-28 dicembre, hanno già prodotto più di duecento testimonianze e centinaia di reperti. Le autopsie, eseguite il 31 dicembre, hanno confermato la presenza di ricina negli organi delle vittime. Gli esperti del Robert Koch Institut di Berlino continuano a esaminare gli alimenti sequestrati nella casa di via Risorgimento, alla ricerca di possibili tracce del veleno.

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