Il sequestro di due borracce avvenuto il 7 gennaio nell’abitazione di Pietracatella dove vivevano Antonella Di Ielsi e la famiglia Di Vita, è tornato alla ribalta delle indagini sulla ricina. I contenitori, individuati nella sala al secondo piano dello stabile in via Risorgimento, sono ora analizzati dal Robert Koch Institut di Berlino, insieme ad altri reperti raccolti nei giorni successivi ai decessi di Antonella e Sara.
Descrizione dei reperti sequestrati
Nel verbale di confisca sono riportate due bottigliette distinte. La prima è una “borraccia in alluminio bianca, con la scritta *Safe Driving* e tappo in similplastica nera a vite, contenente liquido trasparente inodore con evidenti residui solidi. La seconda, di colore nero e realizzata in similplastica, contiene anch’essa liquido trasparente inodore ma senza particolari residui. Entrambe erano posate su un tavolino accanto al caminetto dell’appartamento al secondo piano, dove la famiglia Di Vita abitava.
Il terzo reperto: contenitore di vetro al primo piano
Durante la stessa operazione le forze dell’ordine hanno sequestrato, nella zona abitativa della madre di Gianni Di Vita al primo piano un piccolo contenitore di vetro trasparente con tappo a vite in alluminio verde-bianco. All’interno era presente una sostanza granulare di colore scuro, dal lieve sentore di pepe. Accanto è stato ritrovato un foglio di carta tipo Scottex, con una dispersione simile di granuli. Questo terzo elemento è stato anch’esso inserito nel campionario inviato al laboratorio tedesco.
Le analisi e le ipotesi investigative
Al momento non è confermato se le due borracce contengano tracce di ricina. La Procura, guidata dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli ha richiesto al Robert Koch Institut di fornire i risultati entro le scadenze stabilite, alcune delle quali sono già scadute. La mancanza di comunicazioni ufficiali rende incerta la presenza del veleno nei contenitori.
Ciò che è certo è che la ricina è stata ingerita da Antonella Di Ielsi e da Sara Di Vita, come ha confermato il professor Carlo Locatelli del Centro antiveleni Maugeri di Pavia. Non si tratta di inalazione o iniezione, ma di una contaminazione orale. Il percorso preciso con cui il veleno sia entrato nel corpo delle vittime resta ancora sconosciuto.
Possibili vettori di contaminazione
Le indagini finora hanno concentrato l’attenzione su cibi consumati nei giorni antecedenti i malori, ma le borracce rappresentano un canale alternativo: una sostanza tossica può essere introdotta direttamente in un liquido e assunta senza passare per una preparazione culinaria. Non è stato dimostrato che ciò sia avvenuto, né è stato possibile attribuire la proprietà delle bottiglie a uno specifico residente o a un uso esterno, ad esempio sul luogo di lavoro di Gianni Di Vita.
Prossimi step delle forze dell’ordine
Il SCO prevede di avviare lunedì mattina una nuova fase di esami forensi sui dispositivi elettronici sequestrati a Gianni Di Vita: computer e diverse pen-drive saranno oggetto di copia forense per recuperare conversazioni, documenti e navigazioni internet. Questi dati saranno successivamente incrociati con le analisi chimiche delle borracce e dei altri reperti.
Nel frattempo, la Procura e la Squadra Mobile mantengono il massimo riserbo sui risultati finora ottenuti. Nessuna ulteriore audizione è stata programmata presso la Questura di Campobasso, sebbene siano state ipotizzate ulteriori convocazioni. La pressione mediatica è aumentata, ma le autorità continuano a operare con cautela, attendendo le conclusioni degli esperti tedeschi per capire se esista un nesso concreto tra le borracce e la ricina che ha provocato le morti di dicembre.



