La vicenda che ha scosso il tranquillo paese di Pietracatella si è nuovamente riaccesa sulla scena giudiziaria. A dicembre scorso, Sara Di Vita e la figlia Antonella Di Ielsi sono morte per avvelenamento da ricina una tossina rara e letale derivata dal ricino. Dopo mesi di analisi forensi, gli inquirenti hanno dichiarato di possedere “elementi certi” che orientano le indagini verso un duplice omicidio premeditato. La scoperta di tracce di ricina su utensili, alimenti e su campioni biologici ha spinto la Squadra Mobile a rivedere la dinamica iniziale, che prevedeva un possibile incidente. La notizia è stata confermata da fonti interne alle indagini, che hanno sottolineato l’importanza di risultati ancora in attesa di conferma ufficiale.
Nel frattempo, gli esperti del Robert Koch Institute di Berlino hanno trasmesso, in via informale, indicazioni che rafforzano l’ipotesi di crimine deliberato. Le autorità tedesche attendono di inviare la relazione definitiva, ma già hanno confermato la presenza di ricina su diversi reperti prelevati nell’abitazione delle vittime. Parallelamente, a luglio sono stati effettuati 131 prelievi su campioni ambientali e alimentari, i cui risultati dovranno essere confrontati con le analisi in corso a Berlino per identificare il veicolo esatto della tossina. Questo incrocio di dati, ancora da concludere, rappresenta un passaggio cruciale per capire se la sostanza è stata introdotta intenzionalmente o per caso.
Elementi certi di omicidio e ruolo delle analisi scientifiche
Le indagini hanno però puntato su alcune prove concrete che non si conciliavano con un semplice incidente domestico. In particolare, il campione di sangue delle vittime, analizzato dal Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, ha rivelato la presenza di ricina già a marzo, con livelli incompatibili con un’esposizione accidentale. Inoltre, su più oggetti di uso quotidiano – posate, bicchieri e avanzi di cibo – è stata individuata la stessa sostanza, suggerendo una possibile contaminazione deliberata. Gli analisti hanno evidenziato che la concentrazione di ricina trovata supera di gran lunga i valori di tossicità minimi noti, rendendo difficile spiegare la dinamica con una semplice “contaminazione” ambientale. Questo quadro scientifico sta spingendo gli investigatori a considerare la premeditazione come elemento centrale.
Il contributo del Robert Koch Institute
Il Robert Koch Institute (RKI) di Berlino, rinomato per la capacità di analisi di agenti biologici, ha avviato una revisione dei campioni prelevati nella casa delle vittime. I tecnici tedeschi hanno segnalato, in forma preliminare, la presenza di ricina su componenti alimentari e superfici, confermando le conclusioni italiane. La loro relazione finale, attesa per le prossime settimane, dovrà definire se la tossina è stata introdotta in modo localizzato o se vi è stata una diffusione più ampia. Il coordinamento tra le autorità italiane e il RKI rappresenta un raro esempio di collaborazione internazionale nel campo delle indagini per avvelenamento.
Le testimonianze chiave e il coinvolgimento della famiglia Di Vita
La Squadra Mobile diretta dal commissario Marco Graziano, ha approfondito le dichiarazioni di tutti i soggetti più vicini alle vittime. Tra questi, Gianni Di Vita, padre e marito, è stato oggetto di interrogatorio per chiarire i suoi movimenti nelle ore precedenti i malori. Un infermiere, amico di famiglia, ha riferito di aver somministrato a Sara una flebo proprio nel momento critico, dettaglio che gli inquirenti hanno ricontestato per verificare eventuali errori nella procedura. Il giorno successivo, è stata ascoltata anche la moglie dell’infermiere presso la Questura, al fine di ricostruire con precisione la sequenza di eventi. Tutti questi elementi stanno contribuendo a formare un quadro più nitido del possibile ruolo di membri della cerchia familiare nella vicenda.
Le ipotesi della difesa e le precedenti esperienze di avvelenamento
La difesa di Gianni Di Vita, rappresentata dall’avvocato Vittorino Facciolla, insiste sul fatto che tutte le ipotesi debbano essere valutate con pari attenzione. Facciolla richiama le parole di Carlo Locatelli, esperto del Centro Antiveleni Maugeri, il quale aveva identificato la ricina nel sangue delle vittime già a marzo e, nel corso di un’intervista, aveva sottolineato che nei sette casi precedenti da lui citati l’avvelenamento era risultato accidentale. Questo background è stato citato dalla difesa per sostenere che l’evento di Pietracatella possa rientrare in una dinamica di contaminazione involontaria, piuttosto che in un piano criminale. Tuttavia, la combinazione di prove scientifiche, dei 131 prelievi effettuati a luglio e delle testimonianze raccolte finora, rende la teoria dell’incidente sempre più difficile da sostenere.
Il prossimo passo delle indagini sarà l’attesa della relazione definitiva del Robert Koch Institute e l’analisi comparativa con i risultati italiani. Solo una volta che i dati dei 131 campioni saranno incrociati con le evidenze forensi sarà possibile individuare con certezza il “veicolo” della ricina, ovvero l’oggetto o il cibo attraverso cui la tossina è arrivata nelle vittime. Nel frattempo, la pressione sui familiari e sui possibili sospetti aumenta, mentre la magistratura mantiene aperta la pista del duplice omicidio premeditato. Il caso, che continua a tenere sotto osservazione la comunità di Pietracatella, potrebbe diventare un punto di riferimento per future indagini su avvelenamenti di questo tipo.



