La Corte d’Assise del Tribunale di Campobasso ha emesso la sentenza sul caso che ha scosso la comunità di Santa Maria del Molise: Irma Forte è stata condannata a 21 anni di reclusione per l’omicidio del marito, avvenuto la vigilia di Natale del 2026 nella loro abitazione.
Il dispositivo è stato pronunciato dopo circa un’ora di camera di consiglio. Alla donna sono state riconosciute soltanto le attenuanti generiche; la Corte non ha ritenuto configurabile l’ipotesi di eccesso di legittima difesa avanzata dalla difesa, giudicando la reazione della persona offesa sproporzionata rispetto agli eventi ricostruiti in aula.
Il fatto e la ricostruzione processuale
La vicenda risale alla notte della vigilia di Natale del 2026, quando il marito di Irma Forte, Carlo Giancola, fu colpito in casa con un pezzo di legno. Secondo le imputazioni, i colpi sarebbero stati inferti alla testa, dando luogo al decesso. In udienza la ricostruzione dei pubblici ministeri ha puntato sulla volontarietà dell’azione, sostenendo che si trattò di un atto intenzionale e non di una reazione legittima a un’aggressione.
La versione della difesa
I legali di Irma Forte hanno sempre sostenuto che la loro assistita abbia agito in uno stato di esasperazione e per proteggersi da un’aggressione in corso, ricondotta a una presunta serie di angherie subite nel tempo. La tesi difensiva è stata incentrata sull’idea di eccesso colposo di legittima difesa, ovvero su una reazione che avrebbe superato i limiti della difesa necessaria ma sarebbe comunque riconducibile a una condizione di pericolo immediato.
La decisione della Corte e le pene richieste
Nonostante le argomentazioni difensive, la Corte ha ritenuto sussistente il reato di omicidio volontario. Il pubblico ministero Marco Gaeta aveva chiesto una pena più severa, proponendo la condanna a 24 anni di reclusione, richiesta non accolta integralmente dai giudici popolari.
Attenuanti e provvedimenti
Alla condanna sono state applicate soltanto le attenuanti generiche, senza riconoscere circostanze che potessero determinare una riduzione più ampia della pena. Al momento della lettura del dispositivo la donna era presente in aula; fonti processuali indicano che attualmente non sono in corso misure cautelari nei suoi confronti.
Conseguenze processuali e possibili sviluppi
I difensori, tra cui gli avvocati Demetrio Rivellino e Giuseppe De Rubertis, hanno già annunciato l’intenzione di presentare ricorso in Appello, definendo la sentenza «non congrua». La difesa attende il deposito delle motivazioni, atto previsto entro circa novanta giorni, che fornirà i dettagli giuridici e fattuali alla base della decisione della Corte.
Cosa conterranno le motivazioni
Le motivazioni chiariranno perché la Corte abbia escluso l’ipotesi di eccesso di legittima difesa, come pure i ragionamenti sulla valutazione della sussistenza del dolo. Saranno inoltre esplicitati i criteri che hanno portato al riconoscimento delle attenuanti generiche ma non ad altre circostanze attenuanti o ad una diminuzione più rilevante della pena.
Impatto sulla comunità e riflessioni finali
Il caso ha suscitato forte attenzione pubblica e accese discussioni sul tema della violenza domestica, del peso probatorio delle dichiarazioni delle parti e dei limiti della legittima difesa. Per molti osservatori la vicenda pone interrogativi sul modo in cui il sistema giudiziario valuta le dinamiche di abuso protratto nel tempo e le reazioni delle persone coinvolte.
Con l’annuncio dell’appello e l’attesa delle motivazioni, il processo non si considera concluso: ulteriori gradi di giudizio potrebbero modificare il quadro penale e civile intorno alla vicenda, ma per ora resta confermata la condanna a 21 anni per omicidio volontario.



