1 Ottobre 2026 ☀ 23°

Lavoro nero e sfruttamento in Molise: il peso economico e i settori più a rischio

In Molise il sommerso è una realtà concreta: 13.800 occupati irregolari e 366 milioni di euro di valore aggiunto nascosto nel 2026. Questo articolo ricostruisce i numeri, la tragedia della Piana di Sibari che ha riacceso il dibattito e i settori più vulnerabili come colf, badanti e agricoltura.

Lavoro nero e sfruttamento in Molise: il peso economico e i settori più a rischio

La regione Molise mostra una presenza significativa di lavoro nero e forme di sfruttamento che non si limitano alle immagini stereotipate del Mezzogiorno. Sulla base di un’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre su dati Istat riferiti al 2026, si stimano in 13.800 gli occupati irregolari in regione, pari a un’incidenza del 12,6%superiore alla media nazionale del 10%. Allo stesso tempo il contributo economico del sommerso non è trascurabile: il valore aggiunto generato dal lavoro irregolare in Molise è stimato in 366 milioni di eurocioè il 5,2% del valore aggiunto regionale totale.

Dati sul Molise nel 2026 e confronto con il contesto nazionale

Queste cifre collocano il Molise al di sopra della media italiana in termini di incidenza dell’occupazione irregolare e mostrano come il sommerso contribuisca in modo misurabile all’economia locale. A livello nazionale il fenomeno assume proporzioni ancora maggiori: complessivamente il lavoro nero muove oltre 77 miliardi di euro l’anno e interessa circa 2,6 milioni di lavoratori non regolari. Di questa ricchezza sommersa, più di un terzo — circa 27,5 miliardi — si concentra nel Mezzogiorno, dove è stimato quasi il 38% del totale dei lavoratori irregolari. Questi numeri evidenziano che il fenomeno è sia un problema economico, con impatti sui bilanci e sulla concorrenza tra imprese, sia un problema sociale, perché tocca diritti contrattuali e condizioni di vita.

La tragedia della Piana di Sibari e l’attenzione sullo sfruttamento agricolo

La drammaticità di questa situazione è tornata al centro del dibattito dopo la vicenda che ha sconvolto la Piana di Sibariad Amendolara in provincia di Cosenzadove braccianti pakistani sono morti in un incendio scoppiato in un insediamento precario. L’episodio ha riacceso i riflettori sulle condizioni di vita di molti lavoratori stranieri impiegati nelle campagne italiane: spesso si tratta di persone in condizioni di estrema vulnerabilità, prive di tutele contrattuali e costrette a convivere con salari molto bassi e alloggi non conformi agli standard di sicurezza. Questa tragedia, pur collegata a un luogo e a un fatto specifico, richiama criticamente l’attenzione su pratiche diffuse che mettono a rischio la salute e la dignità dei lavoratori.

Zone simbolo dello sfruttamento

Fenomeni documentati di sfruttamento della manodopera agricola si ritrovano in territori noti per la stagionalità e l’alta domanda di lavoro manuale: dalla Capitanata foggiana a Villa Liternodall’Agro Pontino alla Piana di Gioia Tauro. Tuttavia, il problema non è limitato al Sud: controlli hanno messo in luce situazioni analoghe anche in regioni del Nord come Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, segnalando la diffusione del fenomeno oltre i confini geografici tradizionali.

I settori più colpiti e i fattori che alimentano lo sfruttamento

Il lavoro nero presenta differenze per comparto: tra i più esposti emergono i servizi alla personacon colf e badanti che registrano tassi di irregolarità prossimi al 49%seguiti dall’agricoltura e pesca con oltre il 20% e dal settore dell’intrattenimento e delle attività artistiche. Anche il comparto dell’alloggio e della ristorazione continua a evidenziare numeri elevati di lavoratori non regolari. Accanto a questi dati settoriali, si affacciano nuove forme di sfruttamento come il cosiddetto caporalato digitaledove piattaforme e algoritmi possono incidere sui ritmi di lavoro, sull’assegnazione degli incarichi e anche sull’accesso all’occupazione, riducendo la trasparenza e la tutela del lavoratore.

Tra i fattori strutturali che favoriscono lo sfruttamento figurano la fragilità delle condizioni individuali — come la mancanza di permessi stabili o l’assenza di alternative occupazionali — e le caratteristiche territoriali: la stagionalità delle attività agricole, l’isolamento dei luoghi di lavoro e carenze nei trasporti e nelle sistemazioni abitative rendono più difficile l’emersione delle violazioni. Inoltre, squilibri nella filiera agroalimentare, con pochi committenti capaci di imporre prezzi molto bassi, possono comprimere i margini dei produttori e spingere alcuni a ricorrere a forme di lavoro irregolare per abbattere i costi.

In Molise, come nel resto del Paese, dietro le statistiche ci sono persone, condizioni di vita e, talvolta, tragedie che ricordano quanto sottile possa essere il confine tra sfruttamento e disperazione. I numeri del 2026 rendono necessario mantenere alta l’attenzione sulle aree e sui settori più vulnerabili per evitare che il sommerso continui a operare come componente strutturale dell’economia.

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