Le indagini sull’avvelenamento da ricina che ha portato alla morte di Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara, a Pietracatella, continuano a far luce su nuovi dettagli. La Squadra Mobile di Campobasso ha recentemente riconvocato diverse persone informate sui fatti, tra cui la professoressa di matematica amica di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime.
Le ultime audizioni e i testimoni chiave
La professoressa di matematica dell’Istituto agrario di Riccia amica d’infanzia di Gianni Di Vita, è stata ascoltata per circa quattro ore come persona informata sui fatti. La donna, già sentita in precedenza, è entrata negli uffici di via Tiberio intorno alle 8 e ha lasciato la Questura poco dopo mezzogiorno. Le indagini stanno approfondendo i suoi rapporti con Gianni Di Vita e con Antonella Di Ielsi, con cui i rapporti sarebbero stati difficili e da tempo non si parlavano più.
Non solo la professoressa è stata riconvocata. Anche Laura Di Vita, cugina di Gianni, è stata ascoltata per circa tre ore venerdì mattina. Tra sabato e domenica, gli investigatori hanno interrogato un’altra cugina di Gianni Di Vita, Loredana, e Monia, la professoressa amica dell’ex sindaco. Le audizioni si inseriscono in un nuovo giro di convocazioni disposto dagli investigatori, impegnati a ricostruire i rapporti personali e le relazioni delle persone più vicine alla famiglia Di Vita.
Gli approfondimenti scientifici e le piste investigative
Gli investigatori stanno approfondendo alcune versioni contrastanti fornite dai testimoni su circostanze ritenute rilevanti per l’inchiesta. Tra gli elementi al centro degli accertamenti c’è anche l’Istituto agrario di Riccia. Dagli accertamenti informatici sarebbe emerso che da computer della scuola sono state effettuate ricerche e richieste di informazioni sulla ricina. Per ricostruire l’origine e la riconducibilità di alcune tracce telematiche sono stati attivati anche canali di cooperazione internazionale.
Ad aprile era stata esplorata anche la possibilità che il veleno fosse stato prodotto artigianalmente. Parallelamente, l’inchiesta si è mossa sul terreno della possibile origine della sostanza. La pianta da cui deriva è infatti presente anche in Molise. Da qui gli accertamenti all’istituto agrario di Riccia, a pochi chilometri da Pietracatella e su i cui computer sarebbero state effettuate ricerche sulla ricina già nei mesi precedenti ai fatti.
Le analisi tossicologiche e gli esiti scientifici
Le analisi del Centro antiveleni di Pavia avevano individuato la ricina nel sangue di Antonella e Sara in concentrazioni compatibili con un’intossicazione acuta. La relazione sull’autopsia, contenuta in 838 pagine, aveva inoltre chiarito che la quantità di tossina assunta e la rapidità con cui si era sviluppato il quadro clinico erano tali da non lasciare, di fatto, possibilità di sopravvivenza. La ricina non ha un antidoto specifico e, nel caso di Antonella e Sara, l’elevata concentrazione della tossina e la rapidissima evoluzione dei sintomi avevano reso inutile anche un intervento medico tempestivo.
Gli accertamenti tossicologici eseguiti successivamente hanno individuato la ricina nei campioni biologici delle due vittime. Tre settimane fa era emerso che l’uomo e la figlia maggiore non sarebbero stati mai esposti al veleno come ritenuto dagli esperti tedeschi del Robert Koch Institute di Berlino nominati dagli inquirenti per una consulenza.
Il contesto e le circostanze dell’avvelenamento
Il giallo risale al 23, quando nella casa della famiglia Di Vita, a Pietracatella, si era svolta una cena. Nei giorni successivi Antonella, Sara e Gianni avevano accusato nausea, vomito e forti dolori addominali. Madre e figlia erano state portate più volte al pronto soccorso del Cardarelli di Campobasso. In un primo momento si era pensato a una gastroenterite o a un’intossicazione alimentare. Poi il quadro era precipitato; Sara, 15 anni, era morta il 27 dicembre e Antonella, 50 anni, la mattina successiva. Gianni era sopravvissuto. La figlia maggiore Alice, 19 anni, non aveva partecipato alla cena perché era uscita a mangiare una pizza con gli amici.
Per settimane la causa delle due morti era rimasta un enigma. La svolta era arrivata con gli esami tossicologici; dopo avere vagliato circa 1.500 sostanze, gli specialisti del Centro antiveleni Maugeri di Pavia avevano individuato la ricina nel sangue di Antonella e Sara, una potente tossina contenuta nei semi del Ricinus communis. Gli esami istologici avevano poi confermato danni agli organi compatibili con l’avvelenamento. Nel sangue di Gianni non erano state trovate tracce della sostanza e gli ulteriori accertamenti in Germania avevano escluso anche la presenza di anticorpi che avrebbero potuto indicare un contatto precedente con la tossina.
L’indagine aveva così cambiato completamente direzione; da quella che sembrava un’intossicazione alimentare si era passati a un’inchiesta per duplice omicidio premeditato. Da allora gli investigatori hanno ricostruito pasti, alimenti, regali ricevuti dalla famiglia, rapporti e movimenti nei giorni precedenti al Natale, acquisendo anche dispositivi elettronici. A quasi nove mesi dalla morte di Antonella e Sara, restano da chiarire soprattutto due elementi: come la ricina sia arrivata nella casa di Pietracatella e perché ad assumerla siano state proprio madre e figlia.



