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Crisi negli ospedali molisani: alto tasso di burnout e carenza di organico

In Molise la fotografia degli ospedali scattata dalla FADOI mostra un sistema sotto pressione: alta incidenza di burnout, ricorso ai gettonisti nei pronto soccorso e richieste di riorganizzazione delle medicine interne per rispondere alla complessità dei pazienti.

Crisi negli ospedali molisani: alto tasso di burnout e carenza di organico

L’indagine presentata dalla FADOI al congresso nazionale disegna un quadro critico per gli ospedali in Molise: i reparti faticano a mantenere personale stabile e i medici denunciano condizioni di lavoro sempre più pesanti. Il sondaggio evidenzia numeri preoccupanti sia nella percezione individuale del lavoro sia nelle scelte organizzative degli ospedali, con ripercussioni sulla continuità assistenziale.

Nel dettaglio emergono due nodi centrali: da un lato il ricorso a figure esterne nei pronto soccorso, dall’altro l’alto tasso di burnout tra i dirigenti di medicina interna. Questi elementi, combinati con carenze di organico, spingono molti professionisti a pensare di anticipare il ritiro dal servizio pubblico o di trasferirsi al privato.

Il quadro operativo in Molise

Secondo i dati regionali, nei reparti di medicina interna non si registra la presenza di gettonisti o professionisti autonomi, ma la situazione cambia nei pronto soccorso, dove il 100% degli intervistati riferisce la loro operatività. Questo contrasto segnala una distribuzione sbilanciata delle risorse e una difficoltà nel garantire team stabili e continuità assistenziale. In pratica, mentre le unità interne restano presidiate da personale dipendente, i servizi d’urgenza ricorrono a soluzioni di emergenza che incidono su organizzazione, spesa e qualità del lavoro.

Gettonisti: normativa e impatto

Il fenomeno dei gettonisti assume rilievo soprattutto alla luce del Decreto legge 34 del 2026, che ne ha regolato l’uso limitandolo nel tempo e vietando esternalizzazioni non giustificate. Nonostante la norma, l’indagine nazionale FADOI mostra che oltre la metà dei pronto soccorso continua a fare ricorso a forme di lavoro esterne: un segnale della persistenza della carenza di personale e dell’insufficiente capacità di programmazione delle aziende sanitarie.

Benessere professionale e percentuali allarmanti

Il disagio psicofisico tra i medici molisani è particolarmente marcato: il 100% degli intervistati dichiara di aver vissuto almeno una fase di burnout e l’80% si ritiene attualmente in tale condizione. Per burnout si intende uno stato di esaurimento emotivo e fisico che riduce l’efficacia lavorativa e aumenta il rischio di errori. Queste percentuali tradotte in conseguenze pratiche si riflettono nella percezione di un peggioramento netto delle condizioni lavorative rispetto all’inizio della carriera.

Fuga dal servizio pubblico e ricadute sulla sicurezza

Le reazioni più diffuse tra gli intervistati includono la volontà di lasciare anticipatamente il lavoro (40%) e l’intenzione di trasferirsi al settore privato (20%). A livello nazionale, indagini correlate indicano che una quota significativa di medici considera il pensionamento anticipato o il trasferimento all’estero. Uno studio citato evidenzia come il burnout sia associato a un aumento degli errori clinici: questo mette a rischio la sicurezza dei pazienti e rafforza l’urgenza di interventi strutturali.

Le proposte dei medici per una via d’uscita

Tra le misure ritenute prioritarie dagli intervistati spicca la richiesta di riclassificare le medicine interne come unità a medio-alta intensità di cura (80%). Tale riclassificazione dovrebbe tradursi in più letti, tecnologie e personale dedicato per rispondere alla complessità dei pazienti cronici e fragili. Altre priorità indicate sono l’assunzione di personale medico e infermieristico (60%) e l’offerta di maggiori opportunità di carriera (40%), misure che mirano a stabilizzare i team e a rendere sostenibile il lavoro quotidiano.

Prospettive organizzative

I medici suggeriscono inoltre un rafforzamento del coordinamento tra ospedale e territorio per evitare sovraccarichi impropri e favorire percorsi di cura integrati. Per molti internisti, le nuove case di comunità potrebbero rappresentare un’opportunità se rese attrattive con condizioni contrattuali e percorsi di carriera adeguati; tuttavia la proposta rimane gradita solo a una parte limitata del campione, segno che il problema principale resta la stabilità degli organici e il riconoscimento della complessità assistenziale.

In conclusione, la fotografia scattata dalla FADOI indica la necessità di interventi strutturali: adeguare la classificazione delle unità, investire in personale e costruire percorsi professionali credibili. Solo così, sostengono i medici, sarà possibile contenere la fuga dal pubblico e tutelare la qualità delle cure e la sicurezza dei pazienti.

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