Il duplice omicidio di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, avvenuto tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno presso l’Ospedale Cardarelli di Campobasso, è rimasto al centro di un’indagine complessa. Entrambe le vittime hanno manifestato improvvisi e violenti disturbi gastrointestinali, per poi soccombere entro circa 24 ore l’una dall’altra. Da allora la Procura di Larino guidata dalla procuratrice Elvira Antonelli, ha condotto più di 200 audizioni e raccolto centinaia di reperti, cercando di ricostruire il percorso del veleno.
Le indagini scientifiche: dal Centro Antiveleni al Robert Koch Institute
Il primo passo tecnico è stato affidato al Centro Antiveleni Maugeri di Pavia diretto dal professor Carlo Locatelli, consulente della Procura. Dopo una serie di test, a marzo sono stati identificati nella materia biologica di Antonella Di Ielsi e di Sara Di Vita tracce di ricina in quantità centinaia di volte superiori alla dose letale minima. Locatelli ha sottolineato, basandosi sulla letteratura, la possibilità teorica di un assunzione accidentale ma non ha escluso l’ipotesi di volontà criminosa.
Collaborazione con il Robert Koch Institute
Per approfondire la natura del veleno, la Procura ha coinvolto il Robert Koch Institute di Berlino, istituto di riferimento internazionale nello studio delle tossine. Nei primi giorni di luglio, la Squadra Mobile, guidata da Marco Graziano, ha inviato a Berlino circa 70 reperti prelevati da via Risorgimento, tra cui alimenti, borracce e sacchetti sequestrati subito dopo la morte delle due vittime. Il 30 luglio, gli esperti tedeschi hanno effettuato un sopralluogo a Pietracatella della durata di circa 14 ore, raccogliendo ulteriori 131 campioni per analisi approfondite.
Le operazioni investigative: nuove audizioni e analisi dei reperti
Parallelamente agli esami di laboratorio, la Procura ha intensificato le attività sul territorio. Negli ultimi giorni sono state ascoltate in Questura diverse persone legate alla famiglia: Laura Di Vita e Loredana, cugine di Gianni Di Vita; Monia, insegnante di matematica e amica della famiglia; l’infermiere che ha somministrato la flebo a Sara poco prima del decesso; la moglie dell’infermiere e la vicepreside del liceo frequentato dalle ragazze. Nessuno di questi soggetti risulta attualmente indagato, ma le dichiarazioni vengono confrontate con i casi di avvelenamento e con la mole di materiale acquisita nei quasi nove mesi trascorsi.
Tra le informazioni più recenti, provenienti informalmente da Berlino ad agosto, è emerso che gli anticorpi anti-ricina nel sangue di Gianni Di Vita e della figlia Alice, prelevati il 1° luglio, risultano negativi. Le nuove indicazioni, tuttavia, riguardano la possibile presenza di ricina in uno o più campioni alimentari, aprendo una pista concreta sul vettore di assunzione. Questi dati, ancora da formalizzare in relazione finale, potrebbero consentire alla Procura di identificare se il veleno è stato introdotto tramite cibo o altro contenitore.
Al momento, il procedimento resta formalmente contro ignoti per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del mezzo venefico. La combinazione tra i risultati scientifici del Maugeri, le analisi in corso a Berlino e le numerose audizioni sta lentamente riempiendo il puzzle, ma la risposta definitiva su chi e come abbia somministrato la ricina rimane ancora da definire. La Procura ha richiesto una proroga di sei mesi



