Il caso di Pietracatella resta sotto i riflettori dopo le nuove audizioni e le analisi in corso. Due donne, Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara di Vita sono morte per avvelenamento da ricina a fine 2026; le indagini, aggiornate il 3 e il 6 luglio 2026, stanno ora esaminando elementi tecnici e testimonianze che potrebbero portare a una svolta.
Gli investigatori hanno focalizzato l’attenzione su tre persone ritenute interessanti per l’inchiesta, mentre esperti di laboratorio all’estero stanno analizzando reperti raccolti nell’abitazione delle vittime. Tra gli aspetti più dibattuti emergono la provenienza del veleno, la possibile modalità di somministrazione e il ruolo di alcuni comportamenti post-funerali che gli inquirenti considerano sospetti.
Audizioni, telefoni e ipotesi sui sospettati
Negli ultimi giorni nella Questura di Campobasso sono state svolte diverse audizioni: persone vicine alla famiglia sono state ascoltate, tra cui amici e conoscenti di Gianni Di Vita il marito/padre presente nella vicenda. Secondo quanto emerso dalle indagini, gli investigatori stanno valutando se chi ha somministrato la sostanza fosse qualcuno molto vicino alle vittime, capace di accedere alla loro routine quotidiana. L’ipotesi più seguita contempla tre persone indagate, due donne e un uomo; tuttavia gli inquirenti non escludono che la messa in atto del gesto possa essere stata opera di una mano femminile.
L’analisi dei dispositivi mobili delle vittime ha fornito indizi considerati utili per ricostruire i rapporti personali e i movimenti antecedenti all’avvelenamento. Nel telefono di Antonella sono emersi messaggi in cui cercava consigli per consultare un avvocato matrimonialista in momenti diversi (2018 e 2026), elemento che ha riacceso interesse sugli equilibri familiari e su possibili motivi personali. Gli investigatori mantengono però il massimo riserbo sui dettagli delle conversazioni emerse.
Testimonianze spontanee e comportamento post-funerale
Tra le testimonianze raccolte figura anche un testimone anonimo, descritto come un amico di famiglia, che avrebbe fornito particolari ritenuti rilevanti. Altri elementi sotto osservazione includono un viaggio a Madrid organizzato da persone legate alle vittime subito dopo i funerali e una festa svoltasi a Campobasso nei giorni successivi: movimenti ritenuti anomali dagli investigatori e inseriti nel fascicolo di indagine.
Verifiche scientifiche: analisi tedesche e mappatura delle piante
Per chiarire la natura dell’avvelenamento si è deciso di non accelerare il deposito delle relazioni autoptiche, in attesa di consulenze complete dal medico legale. Nel frattempo, campioni e alimenti sequestrati sono stati inviati al Robert Koch Institute a Berlino, specializzato in tossine e agenti biologici, per confermare la presenza e la concentrazione di ricina e per studiare gli effetti temporali sull’organismo.
Un altro fronte aperto è la ricerca della fonte della sostanza: gli investigatori stanno valutando la possibilità che la ricina sia stata ottenuta da piante presenti nei dintorni di Pietracatella o in aree limitrofe come le sponde del Lago Occhito. Per questo motivo è emersa l’ipotesi di mappare la presenza di Ricinus communis nella zona, così da capire se la materia prima fosse facilmente reperibile in loco.
Tempistiche dell’avvelenamento e questioni medico-legali
Sui tempi della esposizione e del decesso permangono dubbi: secondo la ricostruzione degli specialisti, gli effetti della ricina ingerita possono manifestarsi con ritardo di 18-24 ore e l’intossicazione può progredire in giorni. C’è inoltre un nodo da sciogliere relativo a un possibile secondo avvelenamento o a una somministrazione scaglionata: questa ipotesi è stata avanzata da uno dei medici indagati, il cui legale ha chiesto approfondimenti sulla letteratura disponibile e ha motivato il ricorso all’istituto tedesco proprio per colmare lacune scientifiche sul decorso temporale della tossina.
Le perizie dovranno anche stabilire se la ricina sia stata veicolata attraverso alimenti crudi (la tossina perde efficacia oltre certe temperature) oppure tramite altri oggetti o superfici domesticamente accessibili. Per questa ragione gli inquirenti riprenderanno sopralluoghi e analisi sui 70 campioni alimentari e su altri reperti domestici già sequestrati.
L’inchiesta resta complessa e caratterizzata da aspetti tecnici, testimonianze contraddittorie e reticenze locali. Il quadro investigativo si continua così ad arricchire di rilievi scientifici e di riscontri testimoniali che, secondo gli inquirenti, potrebbero portare a chiarire non solo chi siano i responsabili, ma anche come sia stata prodotta e somministrata la ricina.



